Afterhours, un ‘best of’

fonte articolo e foto – rockol.it – redazione.

un ‘best of’ per chiudere una fase e aprirne un’altra: ‘Se non vai in televisione non esisti’.

Gli Afterhours festeggiano i loro primi trent’anni di carriera con “Foto di pura gioia“, il cofanetto in uscita venerdì 17 novembre che contiene tre dischi con i brani più significativi della discografia del gruppo milanese e un disco con alcune demo e rarità. Il “best of” è stato anticipato dal tour estivo che ha visto lo storico batterista del gruppo, Giorgio Prette (negli Afterhours dal 1990 al 2014), ricongiungersi sul palco insieme a Manuel e compagni e prende il titolo da un verso di “Quello che non c’è”, brano del 2002 tratto dall’omonimo album: “Ho questa foto di pura gioia, è di un bambino con la sua pistola / che spara dritto davanti a sé, a quello che non c’è”. La copertina è proprio quella “foto di pura gioia” che Agnelli cita nel testo della canzone: c’è un Manuel versione baby-sceriffo che guarda fisso in camera, con lo sguardo un po’ imbronciato, mentre appoggia la mano destra sulla pistola inserita nella custodia.

Cosa rappresenta per te questa foto? Ricordi chi la scattò?
La scattò mio padre di ritorno da un viaggio che aveva fatto in Africa: mi portò come regalo questo cinturone con pistola, perché ero pazzo per le sceriffate e i cowboy. L’ho ritrovata parecchi anni fa, appena prima di scrivere “Quello che non c’è”. Sono stato un bambino felice e questa foto rappresenta la mia infanzia. La casa che si vede sullo sfondo era la casa in cui vivevo con i miei genitori in quel periodo. È un punto di riferimento, per me: ci vado ancora oggi, ogni volta che vivo una crisi.

La copertina di “Foto di pura gioia”

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Come nasce l’idea di questa raccolta?
L’esperienza di giudice a “X Factor” mi ha fatto capire che se non vai in televisione non esisti, anche se hai alle tue spalle trent’anni di storia, di festival e di dischi. Questa raccolta mi sembrava che potesse rappresentare il primo mattone per costruire una casa. Volevamo fare un “best of”, ma non pensavamo di farlo così completo e dettagliato: è stato l’incendio che qualche mese fa ha coinvolto la nostra sala prove a farci ritrovare materiale che avevamo dimenticato o che credevamo perduto.

Quindi è anche un po’ merito di quell’incendio se avete ritrovato le demo e le rarità contenute nel quarto disco di questo cofanetto…
L’incendio è stato quasi la causa, è merito di questo incendio se siamo riusciti a determinarci. I pompieri ci avevano detto che era andato a fuoco tutto, ma in realtà non era così: le mura della nostra sala prove erano di cemento armato, con la sabbia negli intercapedini, e le fiamme divampate dal magazzino che si trovava di fianco al nostro capannone hanno trovato così una forma di resistenza. Il materiale conservato nello studio, in realtà, è rimasto intatto, si è perso molto poco. Il danno maggiore lo hanno fatto proprio i pompieri, con gli idranti: ci hanno bruciato due amplificatori americani, oggi introvabili.

Questa raccolta la consideri un’autocelebrazione?
No, assolutamente no. Per quanto mi riguarda, è una storia: abbiamo scritto una storia, la nostra storia.

Con quale criterio avete scelto i pezzi da inserire all’interno del cofanetto?
Un criterio antologico. Abbiamo cercato di inserire pezzi tratti da tutti i nostri dischi: non solo le cose più conosciute, ma anche quelle più significative. E poi anche qualche pezzo che serve a identificare meglio gli Afterhours a livello di personalità. Questo non è un “greatest hits”, perché noi non abbiamo mai avuto hits: è un “best of”, il meglio del nostro repertorio.

Se ti chiedessero di individuare i momenti clou, gli snodi principali di questi trent’anni di carriera, di questa storia, tu cosa risponderesti?
Ogni cambio di formazione ha rappresentato uno snodo: da lì sono cambiate tante cose, i rapporti tra i componenti, il modo di fare dischi e di organizzare i tour. Devo dire che un primo grande snodo è stato il passaggio dall’inglese all’italiano, che ci ha fatto diventare un progetto unico, personale e, soprattutto, in connessione con il pubblico. Poi “Hai paura del buio?”, perché ci ha fatti conoscere dal “grande” pubblico. Infine, quest’ultimo periodo, l’album “Padania” e “Folfiri o Folfox”: abbiamo ritrovato libertà creativa, psicologica e un entusiasmo enorme come band.

“My bit boy”, il primo singolo degli Afterhours – correva l’anno 1987 e la band cantava in inglese

L’album meglio rappresentato, all’interno di questo cofanetto, è proprio “Hai paura del buio?” (insieme a “Folfiri o Folfox”): ci sono ben 8 pezzi tratti da quel disco. Pensi sia stato il vostro album più importante?
Penso che sia stato un passo determinante.

Degli undici album che avete pubblicato fino ad oggi ce ne è uno che non reincideresti?
I primi demo sono molto verdi, fanno quasi ridere, ma sono più che dignitosi: quelli li terrei. E terrei anche “All the good children go to hell” e “During Christine’s sleep”: sono rappresentativi di quel periodo. “Pop kills your sol”, invece, lo reinciderei completamente: è forse l’unico album che vorrei rifare. Insieme, naturalmente, a ‘I milanesi ammazzano il sabato’, che riconosco essere un pelo inferiore rispetto ad altri dischi.

Ci sono pezzi del vostro repertorio che secondo te sono rimasti un po’ “nascosti” e che meriterebbero di essere scoperti?
“Non è per sempre”, come singolo, ha dato molto meno di quello che poteva dare, anche se poi nel tempo è diventato uno dei nostri pezzi più conosciuti. Comunque non recrimino niente: che sia per le canzoni, per l’attitudine o per i contenuti, il riconoscimento lo abbiamo avuto.

Accanto a demo e rarità, tra le tracce del quarto disco c’è anche il duetto con Carmen Consoli in “Bianca”: come è nata l’idea di reincidere questo pezzo, e soprattutto di reinciderlo in duetto con lei?
Era significativo, per noi, prendere un pezzo che era stato già un singolo, reinciderlo oggi e dimostrare che poteva suonare in maniera comunque fresca. Con Carmen ci eravamo sempre incontrati, ma non avevamo mai avuto modo di suonare insieme. A pensarci bene, abbiamo delle cose in comune: lei ha una radice rock forte e noi un elemento di scrittura cantautorale. Questo pezzo rappresenta il nostro incontro. Nel finale, tra l’altro, c’è anche un cameo di Daniele Silvestri: la voce che risponde nel ritornello è la sua.

Carmen Consoli, tra l’altro, per il suo ultimo tour ha scelto come artista d’apertura dei suoi concerti Eva (Eva Pevarello), una delle cantanti che hai seguito durante la scorsa edizione di “X Factor” – e con la quale hai continuato a lavorare anche dopo il talent: è tra i 16 finalisti di Sanremo Giovani e a febbraio potrebbe salire sul palco dell’Ariston. Sei soddisfatto del lavoro svolto insieme?
Sono soddisfatto del lavoro, soprattutto perché di molti personaggi che escono dai talent poi si perdono le tracce. Non ho seguito il progetto di Sanremo, però, perché esula dai miei interessi: parlo di Sanremo in generale, eh. Io l’ho solamente aiutata a cantare il pezzo in studio, una cosa molto tecnica. Perché conosco bene la sua voce, durante “X Factor” l’ho seguita molto da vicino: spero che passi, è un talento straordinario. Ho seguito anche la produzione di un altro singolo, che uscirà prossimamente. Non si parla ancora di album, perché ora funziona così: gli step arrivano uno alla volta e penso che si lavorerà molto sui singoli.

Questa antologia arriva dopo un album come “Folfiri o Folfox”, che più volte avete descritto come la “chiusura di un cerchio”. Avete già un’idea di quello che succederà dopo?
No, ma è sempre stato così. Nella parte compositiva lasciamo che a parlare sia l’istinto ed è per questo che facciamo un nuovo disco ogni tre o quattro anni. “Folfiri o Folfox”, comunque, è in assoluto il mio album preferito degli Afterhours: non mi è bastato il lunghissimo tour, ho ancora molta voglia di suonarlo dal vivo.

“Non voglio ritorvare il tuo nome”, uno dei singoli estratti da “Folfiri o Folfox”

Il prossimo aprile, intanto, salirete sul palco del Forum di Assago per un concerto-evento che rappresenterà il culmine delle celebrazioni per i trent’anni di carriera: perché un concerto e non un evento simile al “Tora! Tora!” o “Hai paura del buio”?
Perché fare i festival è faticosissimo e quando li organizzi hai difficoltà a goderteli. Io ho voglia di festeggiare: ho visto tante cose finire e questo mi ha fatto pensare che mi devo fermare che devo rallentare. Quello che volevamo fare era qualcosa di bello, di grande, ma anche di semplice. Non un tour, ma un evento unico con un fascino speciale: succederà tutto in una sera. D’ora in poi cercherò di fare sempre cose molto speciali, prima di tutto per noi.

Hai mai pensato ad una carriera solista oltre gli Afterhours?
Non ho mai pensato ad una carriera, in realtà: ho sempre pensato a far funzionare al meglio le cose, perché ci credevo. E sì, ho pensato anche di fare dei dischi come solista: non è escluso che nel prossimo futuro possa farlo, sarebbe uno stimolo in più. Ma penso che questa formazione degli Afterhours sia magica e non ho alcuna intenzione di mollare questo nucleo di musicisti, sono nel pieno della loro creatività. Lavorare ad altri progetti, comunque, non significherebbe mollarli. Nei prossimi mesi scriveremo tantissimo: poi decideremo dove convogliare quel materiale. Se in una cosa solo mia o se, invece, in un nuovo disco della band…

Manuel, secondo te cosa ha permesso agli Afterhours di arrivare a tagliare un traguardo importante come quello dei trent’anni di attività?
Tanti fattori. In primis, la necessità di vivere la musica come un’urgenza e di fare della musica una ragione di vita, non solo un hobby. Un pizzico di fortuna, anche. E poi un malessere di base che mi porta – anzi, ci porta – a non essere mai contenti del risultato, a voler alzare sempre l’asticella, ad essere turbolenti. Non ci siamo mai accontentati, non ci è mai bastato il “successo”, tra virgolette. Perché non lo abbiamo mai fatto per quello, ma perché questo è l’unico modo che conosciamo per parlare alla gente”.

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