BLONDE ON BLONDE Bob Dylan

fonte articolo e foto -rockol.it – redazione – gianni sibilla.

Scegliere un classico, uno soltanto, di Bob Dylan è davvero un’ardua impresa. Ce n’è almeno uno per decennio: il 2000, per il momento ci ha dato l’ottimo “Love & theft”; gli anni ’90 “Time out of mind”; gli ’80, “Oh mercy”. I ’70, “Desire” e soprattutto “Blood on the tracks”. Poi ci sono i ’60, e qui le cose si complicano sul serio. Perché la sfilza di capolavori è davvero infinita, dagli esordi acustici, fino a questo “Blonde on blonde” (1966), apice conclusivo di una trilogia di maturazione dal folk al rock iniziata con “Bringing it all back home” (1965)e proseguita con “Highway 61 revisited” (sempre 1965).
Questa trilogia comprende alcuni dei classici più classici di sempre del repertorio dylaniano, da “Mr. tambourine man” a “Like a rolling stone” per arrivare a “Just like a woman”, tanto per pescare un brano per ognuno dei tre album. E non ce ne vogliate se abbiamo citato questi e non altri, perché sappiamo che si tratta di una scelta arbitraria.
Ci sono alcune ragioni che depongono a favore di “Blonde on blonde” come “classico dei classici” nella discografia di Dylan. La prima è, appunto, la sua posizione di culmine in uno dei suoi periodi più creativi.
La seconda è dettata da motivi storici: è il primo album doppio della storia del rock; una canzone, “Sad eyed lady of the lowlands” sul vinile occupava da sola una facciata intera (per questi dettagli vi rimandiamo alla bella analisi di Paolo Vites contenuta in “100 dischi ideali per capire la musica rock”, volume curato da Ezio Guaitamacchi per la Editori Riuniti).
La terza è legata alla prima, ma è strettamente musicale: questo album è un fiume inarrestabile di suoni, parole, suggestioni rielaborate in modo assolutamente rivoluzionario. Dylan, in queste 14 canzoni ha riscritto la storia del rock, unendo in modo inedito strumenti tradizionali come il piano e le tastiere, creando un suono destinato a rimanere immortale, anche grazie all’aiuto degli Hawks di Robbie Robertson, che in seguito sarebbero diventati The Band. La Band per eccellenza, appunto.
La quarta ragione sono le canzoni, cantate nel modo più dylaniano possibile: una voce strascicata ed un’interpretazione assolutamente unica e personale. Le canzoni, dicevamo: dalla citata “Just like a woman”, a “I want you”, da “Visions of Johanna” a “Stuck inside of mobile with the Memphis blues again” non c’è quasi nulla di sbagliato in questo disco.
I passi successivi alla pubblicazione di questo “Blonde on blonde” sono tra i più noti della biografia dylaniana: il tour in Gran Bretagna che diede origine alla famosa contestazione della “svolta elettrica”. Il grave incidente in moto dell’estate del ‘66, la decisione di ritirarsi per qualche tempo dalla vita pubblica, l’incisione delle “basament tapes” (che videro la luce pubblica solo negli anni ’70) e il ritorno con “John Wesley Harding” a fine 1967, disco più radicato nel country che nel rock.
Inutile analizzare questi eventi, così come l’importanza di “Blonde on blonde”: sono stati versati fiumi di inchiostro al proposito e una recensione non potrebbe certo renderne conto. Al di là di ogni giudizio critico e storico, però, la bellezza e la freschezza di questo album rimane intatta ad oltre 30 anni di distanza.

TRACKLIST

01. Rainy Day Women #12 & 35 – (04:34)
02. Pledging My Time – (03:47)
03. Visions of Johanna – (07:31)
04. One of Us Must Know (Sooner or Later) – (04:52)
05. I Want You – (03:05)
06. Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again – (07:03)
07. Leopard-Skin Pill-Box Hat – (03:56)
08. Just Like a Woman – (04:50)
09. Most Likely You Go Your Way (And I’ll Go Mine) – (03:27)
10. Temporary Like Achilles – (05:00)
11. Absolutely Sweet Marie – (04:54)
12. Fourth Time Around – (04:32)
13. Obviously Five Believers – (03:33)
14. Sad-Eyed Lady of the Lowlands – (11:19)

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