Neanche la FIMI può fermare la trap

Fonte articolo e foto – rollingstone.it – redazione – michele monina.

Lo “sdoppiamento” tra dischi e streaming non serve a niente se Ghali in 24 ore fa cinque volte i numeri di Laura Pausini.

Prologo
Quello che state per leggere è un articolo in cui l’autore, cioè io, controverrà a una delle prime regole del giornalismo, entrare in prima persona dentro i propri scritti. Non solo usare la prima persona singolare, quindi, ma mettere se stessi in scena. Io, appunto. Questo, ovviamente, altro non è che un espediente narrativo, uno dei tanti a nostra disposizione. Se dico “io” immediatamente abbatto una patina di distanza tra chi scrive e chi legge, patina per altro già abbattuta da anni di social e di uno vale uno. Creo immediatamente simpatia e antipatia e, dettaglio non da poco, illudo il lettore di conoscermi veramente. Tutto finto, ovvio. Perché il me stesso che va in scena è appunto un espediente narrativo, supportato dal me stesso che magari qualcuno pensa di conoscere perché mi ha intercettato sui social. Non lasciatevi ingannare da me. Non confondete voce narrante e narratore. Non siate degli allocchi.
Fine al prologo.

Svolgimento
Ho quattro figli. Lucia di sedici anni e mezzo, Tommaso di dodici anni e mezzo, e Francesco e Chiara, due gemelli di sei anni e mezzo (sì, in casa si tende a partorire d’estate, di qui tutti quei “e mezzo”). Tutti avuti dalla donna che amo da trent’anni a questa parte, mia moglie Marina. Per intendersi, e poi giuro che smetto di entrare e uscire dallo scritto che sto scrivendo, la frase che avete appena letto è vera. Ma è al tempo stesso oggetto di finzione. Perché si trova qui per un motivo preciso, oltre a introdurvi i personaggi che utilizzerò per accompagnarmi nel mio ragionamento, cercare di smorzare la sincera antipatia che avrete provato per il mio tono professorale esibito poche righe sopra, dove dopo il pippone sugli escamotage narrativi vi ho anche dato degli allocchi. Azione, quella di creare empatia utilizzando mia moglie e i miei quattro adorati figli, immediatamente uccisa da questo intermezzo.
Ritorniamo al mio ritratto familiare.

Per introdurre l’argomento oggetto di questo articolo parto da mio figlio Tommaso.
Giorni fa eravamo a cena a casa di amici. Tommaso stava giocando con il figli della coppia che ci ospitava, di undici anni. Mentre noi si chiacchierava di Cristiano Malgioglio, succede, a un certo punto abbiamo sentito arrivare dalla cameretta una brutta musichetta. Su questa brutta musichetta, tempo pochi secondi, hanno iniziato a rappare, anche piuttosto bene, Tommaso e il suo amico. Così di colpo sento mio figlio Tommaso, quello che l’anno scorso ha preso dieci in condotta, quello sempre ligio al dovere, quello che mi chiede a giorni alterni se non sia il caso di tagliarmi i capelli e di cominciare a vestirmi come tutti gli altri padri dei suoi compagni di classe, rappare frasi come “Non toccare me e la mia famiglia/ Sto tranquillo che fumo vaniglia”, poco dopo ci arriva qualcosa come “Soldi in mano/ no assegni” (in realtà è Tre assegni, ma poco cambia). Dopo un primo istante di preoccupazione generale, noi adulti siamo scoppiati a ridere. Neanche il tempo di asciugarci le lacrime e una dei commensali, lo smartphone in mano, ha detto “Stanno rappando una canzone della Dark Polo GangSportswear”. La prima, lo dico io, è Giovane fuoriclasse di Capo Plaza. Inutile dire come le giornate passate a fargli ascoltare Robert Wyatt da piccolo mi siano sembrate vane. “Ha dodici anni,” ho chiosato saggio, “Poi gli passerà”. Subito dopo hanno attaccato con Cara Italia di Ghali, uscita neanche ventiquattro ore prima ma già imparata a memoria.
Continuate a seguirmi, fidatevi di me.

Il giorno dopo, a pranzo, ho raccontato l’episodio a mia figlia, Lucia, sedici anni e mezzo. Pronto a veder crollare definitivamente il castello che pensavo di aver costruito, come nella famosa scena di Inside Outin cui Gioia riesce a mettersi in salvo grazie all’estremo sacrificio di Bing Bong, e mai come in questo momento l’idea della perdita dell’infanzia oggetto di quel film mi si stava parando davanti agli occhi in tutta la sua agghiacciante sincerità. “Tu non ascolti Capo Plaza e la Dark Polo Gang, vero?” le ho chiesto, pronto a vedere lei, la luce dei miei occhi, sotto la sinistra ombra di chi scopre di avere in casa uno dei bacelli de L’invasione degli ultracorpi, citazione, questa, che mi identifica definitivamente come un vecchio, perché anche la versione di Robert Rodriguez è ormai di quasi venti anni, a occhio (un vecchio snob, che infatti citava en passant Robert Wyatt, ma un vecchio anche un po’ patetico, di quelli che per passare per giovani, vedi il citare Rodriguez, usano parole come “matusa” o “simpa”). “Figurati,” mi ha risposto, “Io ascolto i Canova.”

Andiamo avanti.
Neanche poche ore e mio figlio Tommaso, quello che “fumo vaniglia/ come gli spacciatori” se ne sta in sala a guardare Uncle Grandpa con i gemelli. In un episodio, se mai sia possibile raccontare la trama di un episodio dei cartoni animati di nuova generazione senza aver fumato vaniglia, si parla di altezza. Ecco che scatta una lite furiosa tra i gemelli. Gemelli che in quanto tale sono attaccati in maniera inspiegabile, ma quando c’è da picchiarsi menano come fabbri. Tommaso continua a guardare la tv del tutto inconsapevole di quel che gli succede intorno, beata innocenza. Li fermo io. Chiedo loro le ragione di questa lite. Risponde Francesco: “Chiara mi ha detto che ero basso”. “Vero,” ha aggiunto Chiara, “io sono più alta di lui.”
Misurano rispettivamente un metro e ventuno e un metro e ventidue. Vero, quindi, Chiara è più alta. Anche se tutto è relativo, avrei voluto aggiungere pensando al fatto che, proprio la sera della cena con gli amici, si parlava di loro chiamandoli nani (io no, sia detto per inciso, perché dopo il mio incontro con David Lynch fatico a guardare ai nani con serenità).
Ci siamo.

Siamo arrivati, e se uso il plurale è solo perché quello che sto scrivendo riguarda sia voi che me, al momento delle spiegazioni. Ho scritto a lungo, molto a lungo, troppo a lungo della mia famiglia, o della rappresentazione della mia famiglia che ritenevo utile per raccontarvi qualcosa che ha a che fare con la musica. Ora è il momento di spiegare di che si tratta.
Come è noto dopo cinque mesi di interregno la classifica di vendita italiana, quella gestita dalla FIMI, ha deciso che era il caso di togliere lo streaming gratuito, cioè quello che non prevede un abbonamento e quindi un esborso economico, dal conteggio delle copie vendute. Per i cinque mesi di interregno c’è stato un meccanismo macchinoso che stabiliva che uno streaming valesse quanto 1300 download. Il motivo che ha spinto la FIMI, capitanata da Enzo Mazza, il Tavecchio della discografia italiana, a questo passo indietro è stata la massiccia presenza in classifica, appunto, di gente che risponde al nome di Ernia, Izi, Mostro e affini nella Top10, a discapito di gente come Mina/Celentano, Zucchero, Tiziano Ferro. Probabile, vien da supporre, che questi nomi altisonanti abbiano velatamente protestato. Con successo. In molti, quindi, hanno legittimamente pensato a un ritorno al passato, e a un conseguente sdoppiamento della realtà, da una parte i dischi (termine usato non a caso) dei BIG d’altri tempi, dall’altra gli streaming di trapper e indie. Il repentino ritorno in top10 proprio di Mina e Celentano sembrava dimostrarlo. Così come l’ingresso solo a settimo posto in FIMI della Dark Polo Gang, che in precedenza si era piazzata direttamente in vetta.

Tutto regolare, verrebbe da pensare. Tutto è bene quel che finisce bene, direbbe il vecchio snob di cui sopra.
Però. Sì, perché ovviamente c’è un però. E il però è che succede che esce il nuovo lavoro di Sfera Ebbasta. E il nuovo lavoro di Sfera Ebbasta ci regala un paradosso temporale di quelli tanto cari a Wells. Perché da una parte il nostro si porta a casa qualcosa come una media di circa otto milioni di streaming al giorno, diventando per altro il primo artista italiano a finire in Top 100 di Spotify mondo. Dall’altro, dopo aver preso il primo posto in classifica a Nitro, uno che fa sì rap, ma che lo fa alla maniera della Machete, quindi andando a lavorare sodo anche sul fisico, piazza anche undici pezzi nei primi dodici dei singoli, dove ancora lo streaming vale, portando a casa ancora un altro record. Ma non basta, perché a distanza di poco più di una settimana la stessa FIMI gli tributa il disco di platino, per le cinquantamila copie vendute. Tavecchio è Tavecchio mica per caso. Poi arriva Ghali e conquista in dieci minuti il primo posto su Spotify, andando quindi a mettere il cappello sulla prossima Charts singoli della FIMI. Boom.
Voi direte, ok, ma la tua famiglia?
Ecco che ci arrivo.

Cercando di superare l’imbarazzo di chi sa di aver cresciuto un figlio che fa al karaoke la Capo Plaza e la Dark Polo Gang ho provato a sondare i gusti musicali di mio Tommaso, col terrore di scoprirlo a rispondermi “Bufu” o una di quelle minchiate che tanto vanno di moda tra i trapper. Lui mi ha rassicurato che non ascolta la Dark Polo Gang, e tanto meno Sfera Ebbasta, perché sono maleducati (ve l’ho detto, ho in casa un piccolo milord). Ho anche capito che, ancora lontana l’adolescenza vera e propria, non abbia idea di cosa sia lo sciroppo di cui parla Sfera Ebbasta, né le caramelle citate dalla DPG, né la vaniglia che rappava di star fumando. “Di tutti quelli mi piace solo Ghali,” ha aggiunto. Ciò statisticamente non prova nulla, ma conferma una analisi condivisa dalla critica, che vuole il pubblico della trap prevalentemente nei bambini, spesso incapaci di decodificare il senso dei testi dei trapper. Si dovrebbe però porre una questione di lessico, perché anche con le canzoni i più giovani se lo formano, ma la speranza è sempre che poi si passi a qualcosa di più maturo, che sopperisca alle mancanze iniziale.
Chiaramente la risposta tranchant di mia figlia da una parte prova la correttezza di questa analisi, dall’altra dimostra come l’ottimismo di noi genitori sia malriposto, i Canova, Cristo Santo…

Più interessante è infine leggere come il mercato tradizionale stia reagendo a questa piccola rivoluzione, cioè l’impossibilità di arginare il mare con uno scoglio, per dirla col poeta.
Venerdì scorso è uscito il nuovo singolo di Laura Pausini, il cui titolo per non urtare la sensibilità di voi lettori mi guarderò bene dal citare. Proprio poche ore fa la stessa Pausini si è vantata alla sua maniera, cioè fingendo umiltà, di aver toccato in un giorno il milione di views. Lei, ovviamente, sempre con la stessa umiltà ce lo ripete ogni due per tre, ha un pubblico sparso in giro per il mondo. Un milione di views in ventiquattrore in giro per il mondo, quindi.

Ghali ha tirato fuori lo stesso giorno Cara Italia, rendendo canzone il jingle che per settimane ci ha accompagnato nelle nostre visioni televisive, colonna sonora dello spot Vodafone. Bene, nel giro delle prime ventiquattro ore ha portato a casa oltre cinque milioni di views, in Italia.
Ghali è più alto di Laura, e stavolta non solo di un centimetro.

 

Commenta