Pink Floyd: “Their Mortal Remains” di Roma

Fonte articolo e foto – rockol.it -redazione.

Their Mortal Remains – The Pink Floyd Exhibition” è una mostra che racconta la storia dei Pink Floyd attraverso numerosi oggetti ma anche alcune interessanti testimonianze audiovisive. Dopo il felice esordio di Londra, la mostra è diventata itinerante e l’Italia è stato scelta come primo paese ad ospitarla. Dal prossimo autunno l’esposizione si sposterà in Germania e in seguito toccherà altre otto città in giro per il mondo. Si tratta di un vero e proprio viaggio nell’evoluzione di quella che è universalmente riconosciuta come una delle band più iconiche ed importanti della storia della musica contemporanea. Come tutti i viaggi, però, non bisogna avere fretta di arrivare fino alla fine, e quando avrai raggiunto l’ultima stanza, ti verrà sicuramente voglia di tornare indietro, sicuro di aver tralasciato qualcosa di importante.
L’esposizione dei Pink Floyd è ospitata dal Museo di Arte Contemporanea di Roma (Macro), una struttura non molto lontana da Porta Pia, ricavata all’interno di uno stabile dove fino al 1971 era operativo un famoso birrificio. Grazie ad un progetto di ristrutturazione curato dall’architetto francese Odile Decq, la struttura fornisce oggi ben 4350 mq dedicati alle esposizioni, oltre ad un auditorium, una terrazza panoramica e un grandissimo foyer.
Proprio quest’ultimo offre ai visitatori ‘pinkfloydiani’ una piccola anteprima della mostra, con alcuni oggetti da visionare prima di entrare nel percorso espositivo. Sulla destra è posizionato uno dei gonfiabili utilizzati dai Pink Floyd durante il tour americano del 1977, quando presentarono l’album “Animals”. Si tratta del “fat man”, un uomo con pantaloni, gilet e camicia a righe azzurre, alto più di sette metri, progettato da Mark Fisher e Jonathan Park, che lavoravano per la prima volta insieme proprio in occasione di quel tour e che avrebbero realizzato nei mesi successivi le meraviglie visive legate ai concerti di “The Wall”. Al centro del foyer è stato posizionato il punto in cui si viene forniti di una audioguida con cuffie, un sistema realizzato dalla Sennheiser, partner ufficiale della mostra, per offrire al visitatore un importante supporto audio all’interno della mostra. Grazie ad un capillare sistema di trasmettitori nascosti lungo il percorso, mentre il visitatore si muove al suo interno riceve automaticamente l’audio relativo esattamente al punto in cui si trova, ottenendo un importante ausilio all’esperienza sonora della mostra grazie alla riproduzione in cuffia dell’audio di uno dei 40 video che offrono canzoni o interviste. I ricevitori sono 900 e sono abbinati a cuffie HD 2.2s.
Sulla sinistra della postazione delle audio guide, in prossimità dell’ingresso della mostra, sono esposti alcuni oggetti che legano storicamente i Pink Floyd all’Italia, provenienti dall’archivio dell’associazione culturale “The Lunatics”, di cui faccio parte (lo dico con malcelato orgoglio). La selezione, effettuata personalmente dai creatori della mostra, è stata effettuata scegliendo tra gli oggetti visivamente più interessanti piuttosto che tra quelli più rari; un importante riconoscimento non solo a noi Lunatics ma all’intero mondo del collezionismo italiano, che si è ritagliato nel corso degli anni una credibilità capace di varcare i confini nazionali.
L’ingresso vero e proprio offre al visitatore un primo colpo d’occhio legato agli inizi della band. Sulla destra c’è una gigantografia della foto di Nick Mason vicino al famoso furgone della Bedford, un lusso che la band si regalò nel 1965 per raggiungere i locali in cui si sarebbe esibita, trasportando gli strumenti e la rudimentale amplificazione. Sorrido al pensiero che 30 anni dopo, sarebbero serviti loro non meno di 53 autocarri per trasportare quanto necessario alla costruzione del palco del tour “The Division Bell”.
Il percorso è stato creato in ordine cronologico, permettendo al visitatore di attraversare i vari periodi vissuti dalla band. Un consiglio per tutti quelli che ancora non hanno visitato la mostra: prendetevi tutto il tempo necessario per guardare gli oggetti in mostra, per leggere le didascalie che raccontano ogni pezzo in esposizione, sia in italiano che in inglese. Fermatevi a guardare i video con le interviste non solo ai Pink Floyd ma ai loro collaboratori più preziosi. I video sono in lingua originale, sottotitolati in italiano. Guardate le scritte sui muri, che spesso raccontano il periodo che si sta visitando e forniscono informazioni preziose. Ogni tanto alzate lo sguardo in alto, perché ci potrebbe essere qualche oggetto sospeso, come ad esempio la famosa palla a specchi utilizzata dai Pink Floyd nel tour del 1977, sul finale di “Shine On You Crazy Diamond (pt. 9)”. C’è una serie di teche, suddivise per anno, grandi a sufficienza per contenere ad esempio l’organo Farfisa suonato da Wright agli inizi della sua carriera nei Pink Floyd, oppure bassi o chitarre appartenuti alla band, così come libri, dischi, poster, nastri magnetici, manoscritti, oggetti che raccontano qualcosa della lunga storia dei Pink Floyd.
Come per magia, ti ritrovi in una speciale macchina del tempo e così come Alice verrai proiettato in un luogo dalle infinite meraviglie. Non importa se sei legato a un determinato periodo musicale della band, è impossibile per i nostri occhi non scintillare davanti ad uno qualsiasi degli oltre 350 oggetti esposti a Roma. Impossibile non emozionarsi davanti al proiettore con il quale venivano realizzati i primi light show dei Pink Floyd nell’era psichedelica dell’UFO Club. Impossibile non immaginare di poter indossare una delle quattro maschere destinate alla Surrogate Band negli spettacoli di “The Wall”. Impossibile non provare a sedersi per una foto accanto ai due manichini che indossano le giacche con le lampadine usate per “Delicate Sound Of Thunder”, sperando di non essere rimproverati dai custodi della mostra. Impossibile trattenere la commozione quando incroci gli occhi che esplodono di lacrime e la voce rotta dall’emozione di Andrew King, primo manager dei Pink Floyd, che definisce una “storia terribile” quella che ci ha portato via Syd Barrett. Impossibile non sorridere davanti alla semplicità e all’atmosfera di puro cazzeggio che spingeva queste future rockstar ad infilarsi nel biplano Tiger Moth per girare il video promozionale di “Point Me At The Sky”. Impossibile allontanarsi dalla sala buia che ospita l’ologramma del prisma di “The Dark Side Of The Moon”, prima di aver ascoltato fino in fondo la musica che si diffonde dalle cuffie. Impossibile non fermarsi a giocare come un provetto Alan Parsons, sperimentando tutte le combinazioni possibili con le singole tracce sonore di “Money”. A fine mostra, rilassatevi nella sala finale e visionate il video di “Arnold Layne” e l’esecuzione di “Comfortably Numb” al Live8, una esperienza audio-visiva firmata Sennheiser. Mi sento di dare due consigli finali. Il primo è quello di visitare lo shop del Macro, da dove è impossibile uscire fuori a mani vuote. Tra i mille oggetti, il mio consiglio è quello di acquistare il libro della mostra, realizzato con la piena collaborazione dei Pink Floyd e tradotto in Italia da Skira. Non è un semplice catalogo ma un diario dei ricordi di tutto quanto avete ammirato qualche minuto prima, un imperdibile promemoria di ben 320 pagine.
Il secondo consiglio è di tornare a visitare la mostra, magari a distanza di qualche settimana. Perché la “Pink Floyd Exhibition” non è una soltanto una raccolta di oggetti ma la possibilità di vivere un sogno dove gli occhi e le orecchie si aprono e non riusciranno a chiudersi neanche per un momento, grazie al continuo pulsare di emozioni che ti accompagnano nelle sale del Macro. Quello di Roma è un viaggio onirico riservato non solo a quanti amano la band; per quelli che non conoscono ancora i Pink Floyd, è una occasione unica ed irripetibile per entrare nella storia della musica, per cominciare ad apprezzare e amare suoni ed immagini che ti entrano dentro e ti restano cuciti sulla pelle in maniera indelebile, marchiandoti indelebilmente come un tatuaggio che il tempo non potrà mai cancellare. Così come quei bellissimi sogni, come i viaggi meravigliosi, come le belle storie che ti raccontavano da bambino prima di andare a nanna, quello dei Pink Floyd è un esperienza senza tempo che vorresti non finisse mai.

The Lunatics e la mostra dei Pink Floyd a Roma
Gli ideatori della mostra hanno avuto l’idea di personalizzare la mostra, portando al suo interno alcuni oggetti legati al paese ospitante. Per questo motivo sono stati contattati per l’Italia i Lunatics, un gruppo di amici e collezionisti attivi dal 2009: oltre a Nino Gatti, presidente dell’associazione culturale The Lunatics, ci sono Stefano Girolami, Danilo Steffanina, Stefano Tarquini e Riccardo Verani. La collezione privata ‘lunatica’ vanta oltre diecimila oggetti diversi, alcuni dei quali rarissimi pezzi unici che toccano singolarmente un valore anche a quattro zeri.
“Ci muoviamo in ambito collezionistico ma non solo. Tra il 2012 al 2016 abbiamo firmato tre libri sui Pink Floyd editi da Giunti, che hanno riscontrato un grande successo tra gli appassionati della band, tanto che uno di essi sta per essere tradotto in lingua inglese”.
Per meglio comprendere il carattere storico dell’archivio ‘lunatico’, basti pensare che numerosi poster e memorabilia visionabili all’interno della mostra fanno parte delle loro collezioni private già sin dai primi anni Settanta.
A coronamento di una vita dedicata alla causa pinkfloydiana, lo scorso anno è arrivato l’invito a contribuire alla mostra dei Pink Floyd. “Nel periodo in cui era in allestimento la mostra al Macro, siamo stati contattati e abbiamo fornito un portfolio di materiale relativo alla presenza dei Pink Floyd in Italia dal 1967 ad oggi. Tra i tantissimi titoli proposti, i curatori della mostra e in particolare Aubrey Powell, storico componente dello studio grafico Hipgnosis che firmò insieme al compianto Storm Thorgerson gran parte delle copertine dei Pink Floyd, hanno scelto una decina di oggetti, neanche tra quelli più rari, privilegiando probabilmente un criterio visivo piuttosto che collezionistico”.
La selezione dedicata ai Pink Floyd in Italia è stata sistemata all’interno del Macro vicino all’ingresso della mostra, per cui tutti i visitatori possono osservare da vicino gli oggetti prima ancora di immergersi nel lungo viaggio offerto da “Their Mortal Remains”.
“Siamo onorati di essere stati scelti per l’Italia e di aver potuto collaborare a stretto contatto con persone e società vicine ai Pink Floyd. Per noi Lunatics, che stiamo per festeggiare dieci anni di attività ufficiale come gruppo, è stato un riconoscimento ufficiale del nostro operato. Non avremmo mai potuto immaginare di poter collaborare un giorno con la band che amiamo, offrendo loro quei reperti storici che conserviamo con cura, addirittura con il nostro nome indicato nelle didascalie. Con umiltà sentiamo che questo non è un punto di arrivo ma un punto di partenza, una forte spinta di energia che ci sarà utile per poter realizzare i tanti progetti futuri in cantiere, tutti ovviamente legati alla meravigliosa ed affascinante storia dei Pink Floyd”.

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